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data_visualization

Oggi i dati sono sempre più presenti in ogni aspetto della nostra vita. Non soltanto nell’ambiente di lavoro ma anche nella vita di tutti i giorni, basti pensare alle app che tracciano quanti metri camminiamo in una giornata, quante calorie bruciamo, quante calorie assumiamo. Queste informazioni, per riuscire a creare valore devono essere rappresentate in modo chiaro ed efficace: ciò avviene attraverso la data visualization.

Il linguaggio dei dati è diventato un linguaggio universale e per questo deve essere reso chiaro e accessibile a tutti. Oggi, la data vizualization è diventata una risorsa fondamentale, ma perché sia efficace deve essere utilizzata nel modo corretto.

Anche per le aziende la data visalization può essere uno strumento molto efficace, sia per la comunicazione sia interna che esterna all’azienda. Secondo Vince Lebunetel, vice presidente in Carlson Wagonlit Traverl, :“se non sei capace di rendere il tuo messaggio semplice e accessibile probabilmente non padroneggi la tua materia a sufficienza. La data visualization è probabilmente il modo migliore per aiutare le persone a comprendere le informazioni in modo efficiente”.

Inoltre, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione interna alle aziende, saper comunicare efficacemente le informazioni in modo trasversale tra tutti i livelli organizzativi, consente di ottenere un allineamento degli obiettivi da raggiungere tra tutti gli attori aziendali coinvolti. Nasce così l’esigenza per le imprese di creare delle rappresentazioni grafiche per la condivisione dei dati, a patto che queste rappresentazioni siano in grado di trasmettere in modo corretto le informazioni, e non tutti i grafici riescono nell’intento.

Cos’è un buon grafico?

Scott Berinato affronta l’argomento nel libro Good Chart e per stabilire la bontà di un grafico ha creato una matrice, “the good matrix chart”.

 

La matrice misura i grafici secondo due aspetti: la consapevolezza contestuale (contextual awareness) e l’esecuzione della progettazione (design execution). La consapevolezza contestuale dipende da come si risponde alle domande: cosa sto cercando di dire? A chi? E dove? Il contesto è influenzato dal campo visivo che si ha a disposizione, che può essere esteso o focalizzato, dall’angolo di visuale che si utilizza e dal punto di vista che si ha nella rappresentazione delle informazioni.
L’esecuzione della progettazione invece dipende dalla bontà con cui il grafico è stato costruito.
Incrociando le due dimensioni si ottiene una matrice attraverso la quale è possibile dare un giudizio sulla qualità del grafico.

Come fare un buon grafico

Cole Nassembauer Knaflic nel libro Data Storytellng approfondisce il tema del contesto come fattore chiave per ottenere il miglior risultato comunicativo. Secondo l’autrice, il contesto dipende da chi, cosa e come:

  • chi, ovvero l’audience a cui è rivolta la comunicazione. Più specifica è l’audience e più efficace sarà la comunicazione, in quanto platee troppo generali possono far correre il rischio che non tutti riescano a cogliere i contenuti;
  • cosa, che a sua volta si divide in azione, meccanismo e tono. Per azione si intendono i gesti da compiere per rendere l’esposizione rilevante per l’audience. Per meccanismo si intende il metodo con cui si comunica con l’audience e che può essere modulato sia sul livello di controllo che si ha sui contenuti e quindi sull’interazione con l’audience, sia sul livello di dettaglio delle informazioni. Infine per tono si intende il tone of voice con cui vengono esposti i dati;
  • come, ovvero il modo in cui i dati possono diventare rilevanti e di supporto alle informazioni che si vogliono comunicare.

In conclusione, non basta fare un grafico per riuscire a trasmettere in modo efficace le informazioni, ma questo deve essere declinato secondo il contesto in cui ci si trova e le esigenze dell’audience, in modo che il messaggio arrivi dritto a destinazione.

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