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Il New York Times ha recentemente discusso con Laszlo Bock, capo delle risorse umane, l’interessante tema di “come lavorare in Google“. In particolare si torna su un tema, che già Eric Shmidt aveva affrontato, e che VentureBeat riprende: il valore del percorso di studi per ottenere un lavoro presso questi giganti del marketing e della tecnologia. Ci sono in particolare cinque spunti che vale la pena analizzare:

Un titolo di studio non significa talento

Esistono storie di persone che hanno deciso di abbandonare gli studi ed hanno trovato “la via”, queste sono persone molto più interessanti dei “centini” che hanno sviluppato un percorso talmente lineare da divenire anonimo. Nel suo “come assumiamo“, Google spiega con chiarezza che ci sono molti modi per formarsi e non è un pezzo di carta a fare la differenza, soprattutto oggi con l’emergere di piattaforme di auto-formazione di livello assolutamente eccelso, tra le tante citiamo Udemy.

La differenza tra skill ed expertise

Potremmo pensare alla differenza tra “saper fare” e “poter fare”, si tratta di due cose molto diverse. Un diploma attesta le nostre expertise: “questo ragazzo è un giornalista, sa scrivere e raccontare storie”. Non attesa però le nostre skill, “sa parlare in pubblico”, “sa raccontare un’idea”, “è curioso”. Queste abilità, più che competenze, sono vitali per lavorare in realtà come Google. È quasi un concentrarsi maggiormente sulla poliedricità e capacità di adattamento delle persone che su super-competenze verticali che ricordano Ford e Taylor.

L’importanza di logica e analisi

Gli esseri umani sono per natura creativi, ma logica e analisi non sono skill (non expertise) sempre comprese nel patrimonio genetico e professionale di ognuno di noi. Queste abilità fanno la differenza nel mondo del lavoro, perché permettono di valutare e ragionare in maniera equlibrata, e soprattutto di risolvere problemi. Non sono competenze esclusivamente legate ad un titolo di studio.

Un diploma non attesta quanto sapete stringere i denti

La provocazione è la seguente: ottenere un titolo di studio potrebbe essere troppo facile. Personalmente concordo, ho vivacchiato tre anni all’università per poi “spingere” nei successivi due (quelli che contavano per il voto) affossando così tre anni di voti medi in cui ho potuto imparare altre cose, altrove. Google vuole conoscere persone che hanno grinta, coraggio e soprattutto sanno stringere i denti (così traduciamo il “grit” dell’articolo originale). Meglio una persona che con perseveranza punta l’obiettivo e non lo molla piuttosto che un pigro e strisciante esecutore che potrebbe vacillare alla prima difficoltà, per quanto ovviamente preparato ed esperto.

Chiedetevi perché lo fate

Non buttate il vostro diploma (vista la struttura scolastica americana, buona parte di questo post vale anche per i percorsi di laurea), andate a scuola. L’obiettivo di questo post e di quello originale non è quello di incitare a fare altro, è invece quello di spingere a vivere questi anni, gli unici in cui si ha l’ossigeno per studiare, nella piena ricerca di skill e abilità laterali, di progetti propri e di vera curiosità.

Vedo persone attorno a me che masticano le proprie notti e le proprie ferie per avere il lusso di studiare, e di fare la differenza. La vita ci regala da 5 a 10 anni di libertà per imparare (escludo gli anni in cui apprendiamo gli strumenti che ci serviranno ad imparare), non possiamo permetterci di buttarli a mare.

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